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14 marzo 2007
Borat, una lunga candid camera

di Marzia Apice

Il trash, si sa, piace a molti. Così come attraggono in modo irresistibile l'anticonformismo, l'inciviltà, la spregiudicatezza, il cinismo.
Tutto questo è "Borat", con qualcosa in più.
Il film, diretto da Larry Charles e creato dalla fervida inventiva del comico britannico Sacha Baron Cohen (noto per aver creato il personaggio di Ali G che dà il nome al divertente show in onda in Inghilterra e in America), ha diviso il pubblico e i critici in grandi estimatori o autentici denigratori dell'oramai famosissimo (finto) reporter kazako Borat Sagdiyev.
Partito alla volta degli Stati Uniti per girare un documentario sugli usi e costumi americani e per far conoscere il Kazakistan, Borat modifica i suoi piani in corso d'opera, non appena cioè scopre Pamela Anderson in tv.
Partendo da New York e sempre in compagnia dell'obeso produttore, della valigia di cartone e della gallina kazaka, decide di attraversare a bordo di un improbabile pulmino tutta l'America per arrivare in California, rapire l'amata, portarla in Kazakistan e poi prenderla in sposa, coronando così il suo sogno d'amore.
Può essere uno spunto originale (soprattutto dal punto di vista produttivo) realizzare un finto documentario on the road con (ignari) attori, presi dalla strada come testimoni della grottesca assurdità di Borat e, allo stesso tempo, inconsapevoli esponenti delle contraddizioni dell'american way of life.
Misoginia, antisemitismo, discriminazione, cattiveria trasudano da ogni minuto del film. Ma non graffiano, non fanno male. Magari fanno sorridere le numerose situazioni imbarazzanti, a volte strappano una risata. Alla lunga forse annoiano.
Perché, con ogni probabilità, scostando il velo della commedia dissacrante non c'è molto di più da scoprire, né scottanti tematiche sociali da analizzare sotto la lente del politically uncorrect.
Diciamolo francamente, una candid camera della durata di 82 minuti non può non stancare, soprattutto quando il ritmo, la verve comica, i guizzi di genio tendono a scemare a mano a mano che si procede con la visione della pellicola.
E in questa "stanchezza" del film ha verosimilmente giocato un ruolo importante anche la scelta quasi obbligata del doppiaggio, una necessità determinata dal fatto che in Italia il pubblico è poco avvezzo alla lettura dei sottotitoli. Senza nulla togliere alla professionalità di Tonino Accolla, direttore del doppiaggio, e allo straordinario talento di Pino Insegno, voce italiana di Borat, forse mai come in questo caso, si sarebbe dovuta rispettare la lingua originale.
Borat è un film da vedere, ma senza dimenticare l'enorme battage pubblicitario che lo supporta. L'idea del film è buona e ha una certa originalità, ma la decisione della casa di produzione di non realizzarne un seguito non credo ci farà disperare più di tanto.
Come a dire: il troppo stroppia.

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Inserito da ottoemezzo a-live alle 16:31

1 Commenti:
Blogger GP dice...

Ho visto il film, e devo riconoscere che l'ho trovato divertente ma soprattutto interessante nella sua originalita', ovviamente tenendo presente che la forte dose di volgarita' era sfacciatamente provocatoria. Sicuramente meno volgare delle varie serie "Boldi & De Sica" ma enormemente piu' sottile nel rivelare le contraddizzioni degli States e forse anche del mondo "civile".
Concordo con la tua recensione, personalmente ho trovato "graffianti" la scena del rodeo, dove il pubbblico esultava alle parole "sostengo la vostra guerra di terrore in Iraq", alla disarmante volonta' di vendere ad ogni costo, sia armi che macchine per uso "improprio" ("Borat chiede : pensa che si rovini molto la vettura che mi propone se investo una persona"? E il venditore: "penso di no... se si prende da una certa angolatura..."). Un'america in cerca di spiritualita' che in realta' la rinnega (vedi scena dei predicatori in preda al delirio), una cultura avanzata tecnologicamente ma all'eta' della pietra per valori sociali.

2:38 PM  

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