:::Benvenuti nella depandance di ottoemezzo.com::: testata giornalistica dedicata al cinema. Spizzichi, smozzichi e ritagli di cinema. O dell'arte di perdere tempo scrivendo e leggendo di una grande passione.

19 maggio 2007
"Io, l'altro" dramma sul peschereccio

di Marzia Apice

Da quando Yousef, tunisino, è sbarcato sulle coste della Sicilia, la terra di Giuseppe, i due non si sono più lasciati.
Giuseppe e Yousef, stesso nome in due lingue diverse, sembrano essere uniti non soltanto da un’amicizia fraterna, ma anche dallo stesso destino. Dopo dieci anni di condivisione, di complicità, di duro lavoro come pescatori in mezzo al mare, i due amici comprano Medea, un piccolo peschereccio usato, simbolo dell’affrancamento dall’ex padrone Troina, che li ha sfruttati senza farsi troppi scrupoli.
La vita continua tra mille difficoltà, perché la pesca non è sempre abbondante, né assicurata tutti i giorni. Restano i debiti della barca da pagare e Troina controlla il mercato locale del pesce con atteggiamenti da mafioso.
Ma improvvisamente tutto si sgretola. Dopo l’attentato terroristico al treno di Madrid, si cercano i responsabili: la radio annuncia che Yousef è il terrorista che la Polizia sta cercando, autore di quella strage atroce.
In realtà si tratta di un caso d’omonimia, ma per Giuseppe comincia un calvario psicologico, che lo porterà a guardare l’amico di sempre con occhi diversi, sospettosi, increduli.
Basta poco e la situazione degenera. Giuseppe e Yousef non si riconoscono più, o meglio, trovano l’uno nell’altro la materializzazione delle proprie paure, quelle che spingono a considerare l’altro da sé come qualcosa di diverso e dunque di minaccioso.
La barca diventa un mondo a parte, un piccolo microcosmo in cui affiorano i pregiudizi dell’una e dell’altra parte, in cui la follia non lascia più spazio al dialogo.
In mezzo al mare, Giuseppe e Yousef, entrambi vittime e carnefici, diventano essi stessi il simbolo della guerra che insanguina il nostro mondo.
Questa è la trama di Io, l’altro, l’ultimo film del regista tunisino Mohsen Melliti, interpretato da Raoul Bova, che ne è anche produttore, e da Giovanni Martorana.
Una buona prova per i due attori, ma, nonostante la tematica attuale e drammatica, il film non decolla. Sicuramente coraggiosa è stata la scelta di girare quasi tutto il film sul peschereccio, mostrando nient’altro che i visi dei protagonisti, il cielo e il mare. Sebbene non avremmo sopportato più degli ottanta minuti del film, Io, l’altro resta un progetto lodevole e un film comunque interessante, che ci costringe a riflettere e a guardarci dentro.

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15 maggio 2007
"Notturno Bus": sorprese di fine stagione

di Marzia Apice

Un bel progetto, una storia convincente, tanti validi professionisti: sono questi i punti di forza di "Notturno bus", ultimo film di Davide Marengo, tratto dall’omonimo romanzo di Giampiero Rigosi.
La storia racconta l’incontro-scontro tra Leila (Giovanna Mezzogiorno), bella e giovane falsaria che vive di piccoli furti e truffe, e Franz (Valerio Mastandrea), ingenuo e generoso autista di autobus con la passione per il poker, che ad un passo dalla laurea in filosofia ha mollato tutto per la sicurezza del posto fisso.
Due solitudini, due vite a metà che, per un puro disegno del destino, si troveranno loro malgrado imbrigliate in un complesso e pericoloso gioco di potenti senza scrupoli, servizi segreti deviati e non, piccola e grande criminalità. Forse i due ragazzi insieme riusciranno a ritrovare il bandolo dell’intricata matassa e a risolvere l’impasse della propria esistenza…
"Notturno bus" è una miscellanea di tanti generi: si passa dalla commedia, all’azione, al noir fino ad arrivare al sentimentalismo più puro.
Ogni elemento è ben dosato, e il ritmo rimane costante per tutta la durata della pellicola.
Uno strano cocktail, in cui la risata si unisce alla riflessione: ma il risultato alla fine è vincente. Merito sicuramente del criterio adottato dai produttori Maura Vespini e Sandro Silvestri per la realizzazione del film: dapprima è stato scelto il romanzo e dunque l’idea, poi sono stati selezionati gli sceneggiatori per l’adattamento cinematografico, fino ad arrivare in ultimo al reclutamento del regista, degli attori e degli altri componenti della troupe.
Particolarmente duttile la regia di Marengo, in perfetta sintonia con il mutamento dei generi nel corso del film, ed ottima si è rivelata anche la scelta della colonna sonora, affidata a Gabriele Coen e Mario Rivera, con una breve incursione di Daniele Silvestri.
Notturno bus è un film completo, che offre allo spettatore una vasta gamma di sensazioni e una buona dose di intrattenimento puro.
Ma soprattutto il film è la dimostrazione che il cinema italiano non è morto, anzi, sta benissimo: ci vuole solo un po’ di coraggio, una buona storia e tanta professionalità.

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14 maggio 2007
Le colline hanno gli occhi 2: quando del sequel non si avverte la mancanza

di Marzia Apice

Cosceneggiato da Wes Craven e da suo figlio Jonathan, arriva nelle sale italiane la seconda puntata della saga di Le colline hanno gli occhi.
Dopo trenta anni dalla realizzazione dell’originale primo film della serie, poi reinterpreato nel 2006, il maestro dell’horror Crawen (autore anche del classico "Nightmare – dal profondo della notte" e della trilogia di "Scream") ha deciso di mettersi a lavorare a questo sequel, lusingato dal fatto che le tematiche da lui affrontate nel 1977 potessero ancora oggi attirare e coinvolgere le nuove generazioni.
Nonostante il dispiego di mezzi tecnici e produttivi, francamente non si sentiva la mancanza di un "Le colline hanno gli occhi 2".
Il film, particolarmente curato negli effetti speciali e nell’ambientazione, non aggiunge niente ai precedenti. Anche il ritmo è altalenante, e sembra che le immagini non riescano mai a raggiungere forti picchi di tensione.
Rimane poi in superficie il tentativo degli autori di fornire un affresco psicologico e sociologico del multietnico gruppo di soldati protagonisti della terribile vicenda.
Ma torniamo alla trama: eravamo rimasti al massacro tra le rocce messicane della sventurata famiglia Carter. Ora invece è la volta di un’unità di soldati della Guardia Nazionale, giunta nelle medesime lande desolate del Messico per rifornire alcuni scienziati, ovviamente già sterminati al loro arrivo.
Artefici di questa carneficina sono i mutanti capeggiati da Papa Hades, il quale, per assicurare un futuro alla propria specie, ha in programma di uccidere tutti gli uomini e stuprare le donne affinché possano riprodursi.
Riusciranno i nostri eroi in divisa militare a rimanere uniti e a sventare il micidiale attacco dei mutanti?

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23 aprile 2007
"Salvador" per non dimenticare mai

di Marzia Apice

E’ difficile immaginare un clima di terrore e barbarie in un paese occidentale e quindi “civile” come la Spagna, oggi portavoce d’importanti campagne a favore dei diritti delle minoranze ed emblema di libertà e emancipazione.
Eppure, non molti anni fa, precisamente il 2 marzo del 1974, in questo stesso paese venne giustiziato un ragazzo di 25 anni, che, dopo una condanna a morte per motivi politici, fu ucciso mediante la garrota, una delle più atroci e disumane torture utilizzata già ai tempi dell’Inquisizione.
Quegli anni in Spagna rappresentarono gli ultimi sprazzi del regime franchista, tristemente noto per aver messo in ginocchio e umiliato un intero popolo, facendolo vivere nella paura e nella totale assenza di diritti civili e libertà. Il 2 marzo del 1974 fu la data dell’ultima condanna capitale in Spagna e quel ragazzo, Salvador Puig Antich, militante del Movimiento Ibèrico de Liberaciòn, da quel giorno fu consegnato alla storia e alla memoria del popolo spagnolo.
“Salvador-26 anni contro” è un film duro, appassionato, triste ma pieno di speranza. La pellicola racconta la storia dell’omonimo e sfortunato protagonista, che, arruolatosi quasi per gioco nel MIL, all’inizio sembra dividersi tra le ragazze da corteggiare e le azioni provocatoriamente dimostrative. Poi, forse senza troppa consapevolezza, passa assieme ai suoi compagni alla guerriglia attiva accanto ai militanti francesi. Cominciano allora le rapine, e arrivano anche le armi e il pericolo a stravolgere quello che sembrava essere un gioco da ragazzi. Inesorabilmente, tutto cambia: aumenta la coscienza politica e con essa la violenza. Scorre il sangue per strada: è il sangue dei ragazzi, ma mescolato a quello dei poliziotti.
Una guerra tra poveri disperati che non cambia nulla. L’agguato della polizia pone fine alla battaglia di Salvador, che da collettiva, diventa, da questo momento in avanti, una lotta personale.
Ma non finisce qui: l’ETA il 20 dicembre del ’73 uccide l’Ammiraglio Carrero Blanco e Salvador diviene un vero e proprio capro espiatorio. Ora il giovane è costretto a lottare non solo contro le istituzioni, ma anche contro una tragica fatalità. E contro un destino che lo vuole morto, ingiustamente, follemente, Salvador perderà.
Questo film, per la regia di Manuel Huerga, non è soltanto il racconto dei fatti che hanno portato alla condanna a morte di Salvador, ma anche la storia di tutto quello che la sua famiglia, il suo avvocato, i suoi amici hanno fatto per tentare di salvarlo dalla condanna.
“Salvador-26 anni contro” è sì la cronaca di un disperato tentativo per evitare l’atroce esecuzione di un giovane di 25 anni, ma è anche il racconto di un universo di sentimenti, speranze, passioni, sofferenze fisiche e mali dell’animo. Ed è l’affresco di un’epoca buia che ha segnato la vita di tante famiglie in modo irrimediabile.
Al termine della pellicola un’inquadratura struggente: dopo il funerale di Salvador, tanti petali di rose rosse solcano il terreno bagnato dalla pioggia. Sono lacrime che lavano una terra bagnata da troppo sangue.
Per non dimenticare. Mai.

dal 27 aprile nei cinema

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22 aprile 2007
"Le vite degli altri", snobbato dai festival arriva agli Oscar

di Franco Cicero

La raggelante “normalità” di un sistema dittatoriale è resa alla perfezione nel severo e calibrato film d’esordio di Florian Henckel von Donnersmarck, “Le vite degli altri”, che ha il coraggio di affrontare un doloroso capitolo della recente storia tedesca. La sceneggiatura, meticolosamente scritta dallo stesso regista, descrive infatti con pochi tocchi di impressionate precisione la grigia esistenza nella Germania Est, la Ddr, all’epoca del blocco sovietico.
Il grigio era il colore dominante degli edifici di Berlino Est e delle sue strade attraversate dalle “Trabant” (le utilitarie “comuniste”) o da qualche auto di grossa cilindrata dei burocrati del partito. Grigi, in prevalenza, anche gli abiti degli esponenti della nomenklatura dello Stato satellite più fedele all’Unione Sovietica, fino a pochi istanti prima della caduta del Muro, nel novembre del 1989.
La vicenda narrata nel film si svolge nell’84, ma non si scorge alcun segnale che possa far presagire che appena cinque anni dopo si sarebbe potuta avviare la riunificazione della Germania. Merito, si fa per dire, della capillare e asfissiante azione della “Stasi”, la polizia segreta della Ddr che poteva contare su centomila effettivi e in più su centinaia di migliaia di informatori. Era la sconvolgente realizzazione del “Grande fratello” di Orwell, con una sbalorditiva media nel rapporto tra “controllati” e “controllori”.
Nessuna violenza sanguinaria, come ai tempi del nazismo, bensì una insinuante ma pressoché invincibile pressione psicologica, efficacemente rappresentata all’inizio del film con la maniacale “lezione” sulle implacabili tecniche di interrogatorio degli agenti della Stasi. Il più “bravo” poliziotto, il capitano Wiesler, viene incaricato dal suo superiore di spiare il drammaturgo di maggior successo del momento, Dreymand, e la sua compagna, Christa-Maria, applaudita attrice.
In ogni dittatura, gli intellettuali vengono guardati con sospetto, anche quando sembrano fedelissimi al regime. Wiesler è quindi sottilmente compiaciuto di poter riempire di microspie la casa di Dreymand. L’agente della Stasi non si rende però conto di essere usato per motivi ben diversi dalla difesa dell’ortodossia comunista. Un influente ministro, infatti, vuole sbarazzarsi del drammaturgo per avere via libera con Christa-Maria.
Potrebbe sembrare che si crei una “simpatia” tra controllore e controllato, come nel bellissimo film di Francis Ford Coppola “La conversazione”. Qui invece il meccanismo è ulteriormente raffinato. L’impassibile Wiesler scopre di essere capace di commuoversi per una poesia di Brecht o una sonata di Beethoven: per lui è la cultura il bene supremo, al di là dell’ideologia. Ma non può rivelarlo.
Su queste intriganti basi, Florian Henckel von Donnersmarck costruisce un film asciuttissimo e coinvolgente, inspiegabilmente snobbato dai Festival maggiori e poi trionfatore agli Oscar europei (con tre premi: film, attore e sceneggiatura) e all’Oscar hollywoodiano come miglior film straniero. Il regista, 34 anni, degli intensi studi internazionali anche con Sir Richard Attenborough, è giunto al suo primo lungometraggio dopo una preparazione di molti anni, che gli consente di mostrare una maturità encomiabile per la sicurezza con cui sa dosare le accurate informazioni storiche con i meccanismi della suspense.
In un film dai caratteri fortemente teatrali, si apprezza molto la prova degli ottimi attori: Martina Gedeck è la dolente Christa-Maria, Sebastian Koch è lo sconcertato drammaturgo, Ulrich Tukur è il viscido colonnello. Su tutti, lo “spione” Ulrich Mühe, emblema dell’obbedienza ma non fino all’ottusità.

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17 aprile 2007
Edmond ovvero della paura e del desiderio

di Marzia Apice

Edmond Burke è un rispettabile uomo di mezza età, con un buon lavoro, una casa, una moglie, ma soprattutto, con un’esistenza che non gli appartiene.
Un bel giorno, come appena svegliatosi da un sonno lungo cinquant’anni, si accorge che la sua vita non gli piace, anzi, non gli è mai piaciuta. Non vuole più sopportare niente, desidera prendere quello che vuole senza accontentarsi più della banalità quotidiana. Ha bisogno di dare voce al vero se stesso.
Apre quindi gli occhi sul mondo: lascia la moglie e la casa, e s’immerge nei vicoli della propria città. Durante la sua prima notte da uomo “libero” scopre cose a cui non aveva mai prestato attenzione. Sulla sua pelle conosce il mondo della prostituzione, fatto di ragazze ormai tristi e disincantate, pronte a tutto per denaro, e di protettori violenti e senza scrupoli.
Subisce un’aggressione da due loschi individui che lo derubano. Rimasto senza soldi, acquista un pugnale dopo aver impegnato un anello e si difende da una seconda aggressione.
Poi, pieno di una nuova consapevolezza e di convinzioni sconosciute fino a quel momento, ha un incontro sessuale con una giovane cameriera. Nel bel mezzo di una discussione paradossale, in modo inaspettato, scoppia una tragedia: Edmond è mosso da una profonda rabbia, un odio brutale che gli fa compiere un gesto a cui non potrà mai più riparare.
Ma, forte di una follia allucinatoria e di un nuovo delirante coraggio, crede di essere invincibile e, inesorabilmente, nel giusto. Arrestato e messo in carcere, qui comincia davvero la seconda vita di Edmond. Sarà un viaggio lungo, doloroso, autodistruttivo che lo porterà a scoprire che “quando temiamo qualcosa inconsapevolmente la desideriamo, che si tratti della morte o dei ladri” perché “dietro ogni paura si nasconde un desiderio”.
Questa è la trama di “Edmond”, il nuovo film di Stuart Gordon, tratto dall’omonima opera teatrale di David Mamet.
Progetto interessante, ma la commistione teatro-cinema non riesce appieno. Il film è lento, il ritmo va a singhiozzi.
Se non fosse per l’ottima colonna sonora e lo straordinario talento del protagonista William H. Macy, qui impegnato in una delle sue migliori interpretazioni, sarebbe difficile vederlo.

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14 aprile 2007
“Nero Bifamiliare” azzeccato esordio alla regia del leader dei Tiromancino

di Marzia Apice

Di fronte al ministro Francesco Rutelli e al sindaco di Roma Walter Veltroni si è tenuta qualche giorno fa al cinema Adriano di Roma l’attesissima presentazione di “Nero bifamiliare”, primo lungometraggio di Federico Zampaglione, leader dei Tiromancino, ora anche regista.
Presente il cast al completo: Claudia Gerini e Luca Lionello, Emilio De Marchi, Anna Marcello, Remo Remotti, Ernesto Mahieux, Cinzia Leone, Max Giusti, Yari Gugliucci, Adriano Giannini.
“Nero bifamiliare” è una commedia nera, divertente e graffiante, cinica e ironica, ben scritta dal duo Zampaglione-Gentile e supportata da un bel gruppo di attori di talento che hanno fatto decisamente la differenza.
Il film narra la storia di Marina (Gerini) e Vittorio (Lionello), una giovane coppia di sposi che decide di acquistare una villetta in un tranquillo comprensorio immerso nel verde. Ma, ben presto, ci penseranno gli eccentrici vicini di casa a turbare e, poi, a stravolgere completamente la loro tranquilla quotidianità piccolo borghese.
Riflessioni amare sulle ipocrisie e i pregiudizi di una vita cosiddetta “normale”, battute fulminanti e gustose gag, immagini sensuali (da manuale lo striptease della Gerini sulle note di una canzone cantata da lei stessa) e sequenze oniriche: questa è la ricetta vincente di “Nero bifamiliare”. Ma il film nasconde anche altro. Ci sono diverse tematiche scottanti e di grande attualità che il film affronta con leggerezza, ma in modo incisivo, come la paura del diverso, la proverbiale arte d’arrangiarsi tipicamente italiana, la cialtroneria.
Bella la musica (curata ovviamente dai Tiromancino) e piacevole il film: davvero un esordio interessante e proficuo per il giovane cantante romano nell’inedita veste di regista, impegnato in “Nero bifamiliare” anche nel delicato ruolo di dirigere la propria compagna(nonché musa ispiratrice) Claudia Gerini. Coppia vincente, dunque, nella vita e nel lavoro.
Peccato per la serata: un’organizzazione pessima ha fatto quasi rimpiangere di non essere rimasti a casa.

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Quello che gli uomini non dicono

di Marzia Apice

Sette personaggi, sette vite che si intrecciano, sette uomini che combattono una lotta contro se stessi: da qui parte e qui ritorna “Quello che gli uomini non dicono”, il nuovo film di Nicole Garcia, in una struttura circolare che sembra immobile, ma che in realtà vuole sradicare sentimenti, pensieri, coscienze.
In soli tre giorni questi uomini, diversi per età, classe sociale e carattere, incontrandosi si scontrano mettendo in moto un meccanismo di faticosa ricerca di una consapevolezza perduta (o mai cercata) di se stessi.
Su tutti lo sguardo di un bambino che, forse proprio per la sua purezza, riesce a fare luce sulla cecità dei più grandi e sulle loro illusioni, nonostante la paura di sbagliare.
Stavolta, quindi, protagonista assoluto è l’universo maschile, spesso considerato molto più semplice, più lineare e meno problematico di quello femminile. Il film ci dimostra che anche gli uomini sono in grado di complicarsi la vita, soprattutto quando per paura non risolvono alcuni nodi della coscienza. Ma tanto si sa (e questo le donne lo sanno bene!), la coscienza torna a bussare e non lascia scampo, invitandoci a mettere a nudo le nostre debolezze.
Sullo sfondo di una cittadina di provincia anche alcune donne: il loro è un ruolo di testimoni, consigliere, mentori, distanti eppure così vicine da poter indicare la giusta strada a questi uomini smarriti nei meandri dei propri cuori.
Buone le premesse, ma esile il risultato. Peccato, perché alla base del film c’è una bella idea, ma la realizzazione non convince, nonostante si faccia il possibile per spingere lo spettatore all’immedesimazione con i personaggi, per accorciare la distanza tra le nostre vite e lo schermo. Sebbene ci sia un filo comune che muove le sette vite protagoniste, il film non è poi così unitario, né così incisivo da coinvolgere appieno.
E, a dir la verità, qualche parola in più avrebbe di certo giovato a tutti quei silenzi che non hanno “parlato” tanto quanto era nelle intenzioni degli autori.

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13 aprile 2007
“Gli Innocenti”: ultimo atto di Per Fly sulla società danese

di Marzia Apice

Dopo “La panchina” e “L’eredità”, Per Fly presenta “Gli innocenti”, l’ultimo capitolo della trilogia che lo ha visto impegnato negli ultimi anni a descrivere la società danese attraverso le differenti classi sociali. Questo film, oltre a confermare il noto talento dell’autore, fornisce l’ennesima prova della validità della scuola sviluppatasi in Danimarca che da diverso tempo produce pellicole interessanti e mai banali, profondamente radicate nelle problematiche contemporanee.
La consapevolezza di se stessi, il senso di colpa, la complessità della verità e, di contro, l’estrema facilità con cui si può cadere nella menzogna sono tutti temi cardine del film.
Carsten è un uomo di mezza età, docente di scienze sociali, che ha una relazione extraconiugale con Pil, sua allieva all’università. Fin qui tutto banale, se non fosse che la ragazza traduce la passione e l’impegno politico che Carsten le ha insegnato in una vera e propria attività terroristica. Una notte, durante un’azione di boicottaggio contro un’industria di armi,Pil uccide un poliziotto. Scoppia una bufera nella vita di Carsten: la moglie Nina e il figlio gli volteranno le spalle. L’uomo sceglie di stare accanto a Pil, che nel frattempo è stata rinchiusa in carcere, consigliandole di non dire la verità, e quindi di dichiararsi innocente, costi quel che costi. Una volta prosciolta, Carsten e Pil cominciano a vivere insieme. Ma, da quel momento in poi, i rimorsi e i rimpianti saranno implacabili.
Niente potrà più essere come prima.
Ancora una volta, Per Fly affida il ruolo del protagonista è all’intenso Jesper Christensen, mentre la parte femminile è interpretata dalla giovane Beate Bille. Accanto a loro anche Pernilla August, attrice di bergmaniana memoria.
“Gli innocenti” è un film scomodo, difficile, che chiama in causa la coscienza dello spettatore in modo diretto e deciso, con un giusto approccio ad un tema critico come il terrorismo. La classe media, di cui anche il regista fa parte, ne esce divisa a metà, imbrigliata in una crisi che la vede da un lato desiderosa di agire perché ancorata a degli ideali ormai passati e, dall’altro, incapace di fuggire dall’impasse, perché timorosa di prendersi le proprie responsabilità.
Da vedere.

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01 aprile 2007
Marco Risi gioca la carta dell'agiografia

di Marzia Apice

‘O re: questo è il nome con il quale Napoli ha acclamato per tanti anni Diego Armando Maradona, il più grande e controverso calciatore di tutti i tempi.
Ma la storia di quest’uomo, divenuto per i napoletani un eroe, un santo, un dio in terra, il simbolo di un riscatto sociale ed economico reso possibile dall’unione di genialità e passione, comincia molti anni prima e dall’altra parte del mondo.
Siamo in Argentina, in una borgata alla periferia di Buenos Aires: Diego nasce in una famiglia numerosa e povera, in cui il padre si spacca la schiena tutto il giorno per cercare di dar da mangiare ai suoi figli. C’è poco tempo per ridere e scherzare, ogni giorno è una lotta per vivere dignitosamente. Ma nonostante tutto Diego ha un amore, grande, indistruttibile: il pallone. Giocare a calcio è l’unica cosa che riesce a farlo sognare, a dargli gioia, a evadere da quel mondo di degrado e miseria che lo circonda.
A forza di tirar calci al pallone, qualcuno si accorge di lui, del suo talento eccezionale. E comincia l’ascesa verso il paradiso. Sì, perché nel giro di pochi anni Diego Maradona diventa un dio, capace di far urlare di gioia milioni di persone. Arrivano denaro, fama, potere. Finalmente può sistemare la sua famiglia e godersi la sua fortuna.
Conosce Claudia, la donna della sua vita, compagna di tante battaglie. Ma, insieme a tutto questo, arriva anche l’inferno. La droga, prima di tutto. I guai fisici. La depressione. L’obesità. I tradimenti. I nemici. E principalmente, la dipendenza da quella maledetta polvere bianca che consuma mente e fisico in modo inesorabile.
“Maradona, la mano di dios”, ultimo film di Marco Risi, racconta questa storia, la parabola di un uomo pieno di contraddizioni, esuberante, eccessivo, ma anche sincero e generoso. Un uomo forte e debole allo stesso tempo, capace di veri sentimenti e grandi aberrazioni, ben interpretato dal bravo Marco Leonardi del quale non sfugge una certa somiglianza con il vero Maradona.
Marco Risi cerca di scavare all’interno del personaggio Maradona per riscoprire l’uomo Diego. Ma questo film rende omaggio al mito del calciatore più straordinario di tutti i tempi con un approccio eccessivamente benevolo nei confronti dei molti, troppi sbagli che Maradona ha fatto nel corso degli anni.
Forse non si può perdonare sempre tutto, anche ad un uomo che ha toccato con i piedi la gloria della storia.

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Il ritorno di Cappuccio con l'inedita Coppia Volo-Davoli

di Franco Cicero

Forse non è una semplice coincidenza che due film italiani, usciti a distanza ravvicinata, mettano in evidenza un timore che sembra essere alquanto diffuso: quello di perdere, inopinatamente, uno stato di benessere. Sia in “Uno su due”, infatti”, che in “Saturno contro” di Ferzan Ozpetek, i protagonisti, ancora giovani, vengono colpiti da malori improvvisi. È un segno – senza addentrarsi su percorsi sociologici – di una pressante incertezza nel futuro. Ma è anche uno strumento narrativo per far vedere ogni cosa da una nuova prospettiva e per consentire la scoperta dei veri valori della vita.
Il protagonista di “Uno su due” è un rampante avvocato genovese, Lorenzo, piuttosto spregiudicato negli affari e nei sentimenti. Orgogliosamente “single”, non intende ufficializzare il rapporto con la sua fidanzata; non nutre un’autentica amicizia nei confronti del fedele socio e non si cura di frequentare la propria sorella. Proprio alla vigilia della firma di un succulento contratto, l’avvocato sviene di colpo, in piena strada.
Si risveglia in una stanza d’ospedale. Ha avuto un problema al cervello. Quanto grave non si sa: bisogna attendere l’esito della biopsia. Purtroppo, invece, la sorte del suo vicino di letto, Giovanni, è già segnata: è lui quell’“uno su due” condannato dalle statistiche mediche. È un camionista, tutt’altro che colto o raffinato, però animato – nonostante la prognosi infausta – da una sincera vitalità. Giovanni ha un segreto: è divorziato e ha una figlia, che vive in Umbria con la madre. La vorrebbe rivedere, ma non ha il coraggio di chiamarla.
Lorenzo si consuma nella prolungata attesa dei risultati delle analisi, finché non comprende di avere una priorità, quasi più importante della propria salute: trovare la figlia di Giovanni.
L’idea del film non è nuova, ma certamente si rigenera con varianti originali. Il soggetto, premiato col Solinas nel 2001, è diventato sceneggiatura attraverso il lavoro di addirittura cinque autori (Eugenio Cappuccio, Fabio Volo, Massimo Gaudioso, Francesco Cisco e Michele Pellegrini), cosa che crea qualche farraginosità, ma assicura una serie di dialoghi molto credibili.
Il regista Cappuccio ha esordito, dieci anni fa, con lo spiritoso “Il caricatore” diretto assieme a Gaudioso e Fabio Nunziata (che stavolta cura il montaggio). Nel 2004 ha descritto la spietatezza del mondo del lavoro in “Volevo solo dormirle addosso”, che è la faccia “cattiva” di “Uno su due”, i cui pregi maggiori sono invece i momenti di altissima umanità, soprattutto nelle scene ospedaliere. Nel finale, però, ha un andamento “rattenuto” (secondo il neologismo creato nel film, fondendo trattenuto e rattrappito) che tuttavia non ne compromette l’esito ampiamente positivo, al quale danno un contributo la bella fotografia di Gian Filippo Corticelli, che svela il fascino di Genova, e le musiche di Francesco Cerasi.
A tutto tondo le prove degli attori, a partire dai pregnanti ruoli minori, con la ritrovata Agostina Belli (l’ex moglie di Giovanni), la promettente Tresy Taddei (la figlia), Pino Calabrese (il primario), Francesco Crescimone (il ricoverato siciliano) e Paola Rota (la sorella di Lorenzo); per proseguire con gli ottimi comprimari Antica Caprioli (la fidanzata di Lorenzo) e Giuseppe Battiston (il socio). Fino ad arrivare, dulcis in fundo, all’inedita coppia formata da Fabio Volo (Lorenzo) e Ninetto Davoli (Giovanni). Il trentacinquenne Fabio Volo è ormai un interprete di qualità, che dopo la parentesi umoristica di “Manuale d’amore 2”, torna, superandoli, agli stati d’animo dei film con D’Alatri (“Casomai” e “La febbre”). Il cinquantanovenne Ninetto Davoli apre una nuova fase della sua carriera, da alter ego di Pasolini a sapiente dispensatore di emozioni, e alla “Festa di Roma” ha meritatamente vinto un premio speciale.

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25 marzo 2007
"Saturno contro" più che un grande freddo all'italiana

di Franco Cicero

L’opposizione zodiacale di Saturno, come ben sa chi si occupa di astrologia, è foriera di presagi negativi. Infatti, il salto narrativo nel nuovo film di Ferzan Ozpetek è legato a una morte improvvisa. Come avveniva nel film che, sei anni fa, aprì al regista di origine turca le porte del grande pubblico: “Le fate ignoranti”.
Ma stavolta la repentina scomparsa colpisce un personaggio centrale, al quale tocca introdurre la vicenda con la sua voce fuori campo. Inoltre, a differenza di quasi tutti i film di Ozpetek (da “Hamam – Il bagno turco” e “Harem suaré” a “La finestra di fronte” e “Cuore sacro”), non c’è una sovrastante figura femminile che scopre nuove realtà o antiche verità.
Invece in “Saturno contro” prevalgono nettamente la coralità dell’insieme e il tempo presente. La tragedia imprevedibile getta nel dolore una comunità di carissimi amici. Ma la rielaborazione del lutto per chi è venuto prematuramente a mancare va al di là della riproposizione all’italiana del “Grande freddo”. È, piuttosto, l’esaltazione di un legame di amicizia che si rinsalda collettivamente anche se nei rapporti tra le singole individualità (ad esempio, una moglie scopre che il marito la tradisce) possono avvenire rotture.
Ozpetek, quarantottenne, da trent’anni in Italia, giunto al sesto film in un decennio, muove la sua cinepresa con assoluta padronanza ed evidente piacere tra le dinamiche del gruppo di amici nella Roma di oggi in cui convivono con assoluta naturalezza donne e uomini, etero e gay, single e coniugi, ultraquarantenni e giovani. E la sua firma d’autore si evidenza in precise sequenze, come l’incontro tra la moglie e il marito con l’amante; oppure la partita finale di ping pong che riecheggia il tennis di “Blow up” di Antonioni. Ancora una volta, la cura formale è merito dei fedelissimi Gianfilippo Corticelli alla fotografia e Patrizio Marone al montaggio. Mentre inedito è l’apporto musicale di “Neffa” (Giovanni Pellino).
La sceneggiatura, scritta – come è tradizione - dallo stesso Ozpetek assieme a Gianni Romoli (che è, al solito, anche il produttore del film con Tilde Corsi) risulta di assoluta attualità, forse al di là delle stesse intenzioni originarie: si scorgono facilmente, infatti, riferimenti ai Dico o all’accanimento terapeutico. Segno, però, non di una furbizia commerciale, bensì di una testimonianza di quanto certe problematiche siano presenti nella vita quotidiana.
La cosa veramente bella del film è tuttavia la prova d’insieme degli interpreti.
Ozpetek conferma di essere un sensibile direttore di attori, molto puntuale nel disegnare le rispettive personalità e nell’offrire dei dialoghi assai credibili. In più, stavolta si rivela un abile selezionatore di un cast in cui vengono fatti convivere perfettamente attori di provenienza televisiva, come Ambra Angiolini (la più sorprendente, in un ruolo difficile), Luca Argentero (ormai affidabile e più incisivo che in “A casa nostra”), Michelangelo Tommaso (di sicure potenzialità) e Lunetta Savino che lascia il segno in una parte di “colore”; con l’immancabile Serra Yilmaz (“ruspante” connazionale del regista) e con interpreti di estrazione teatrale, come l’esperto Luigi Diberti e l’emergente Filippo Timi; fino a quelli di celebrata esperienza cinematografica, come Stefano Accorsi e Margherita Buy (rinnovati e convincenti, pur chiamati a interpretare ruoli già sperimentati), Pierfrancesco Favino (in grande evidenza), Ennio Fantastichini (sensibile con intelligenza), la felicemente recuperata Isabella Ferrari e la dolente, efficacissima, Milena Vukotic.
Tutti da accomunare con una lode collettiva.

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16 marzo 2007
Scambio di culle alla Ficarra e Picone






di Marzia Apice

Il 7 e l’8 sono solo numeri, senza significato né importanza. E se invece fossero molto di più?
Siamo a Palermo: in una tempestosa notte del 1975, a causa di questi due semplici numeri, accade in una clinica qualcosa in grado di sconvolgere le future vite di due neonati che, più di trenta anni dopo, pur essendo apparentemente diversi come il giorno e la notte, scopriranno di avere in comune molto più di quello che in realtà credono.
Straordinario esempio di commedia all’italiana trapiantata nei giorni nostri, “Il 7 e l’8” è il nuovo film firmato da un inedito trio, la coppia Ficarra & Picone e Giambattista Avellino.
I due comici siciliani, oltre che registi anche attori protagonisti della pellicola, danno vita ad un insieme esilarante di gag in perfetto equilibrio con una vicenda dai toni delicati, in cui la risata lascia spazio anche al sentimento e alla riflessione.
Lo spettatore viene accompagnato con grande leggerezza lungo tutto lo scorrere del film in un viaggio prima di tutto umano, in cui, grazie alla storia ben costruita, il ritmo resta costante e i personaggi sono delineati da una caratterizzazione forte che li rende efficaci e veri.
Il tutto sempre rispettando l’ormai famoso stile di Ficarra & Picone, stravagante e affiatatissimo duo che ci ha abituati ad un registro comico divertente perché spontaneo e mai forzato.
Un’ultima osservazione: oltre alla convincente regia, è davvero degno di elogio il cast del film, formato da nomi del calibro di Arnoldo Foà, Remo Girone, Tony Sperandeo e Andrea Tidona.
“Il 7 e l’8” è un buon esempio di quel cinema italiano di talento che sfortunatamente spesso si nasconde, rimanendo per troppo tempo lontano dalle nostre sale.

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15 marzo 2007
Con "L'albero della vita" torna Aronofsky


di Marzia Apice




Destinato sicuramente a dividere pubblico e critica "L'albero della vita – The Fountain", terzo film di Darren Aronofsky, arriva nelle sale a partire dal 16 marzo, dopo una lunghissima gestazione.
Pare infatti che il regista abbia avuto l'idea cardine del film nel lontano 1999 mentre era seduto al tavolo di un ristorante, e che l'abbia romanticamente appuntata sopra un tovagliolo per non dimenticarla.
Hugh Jackman e Rachel Weisz (compagna del regista) si trovano ad affrontare diversi personaggi, anche se in fondo interpretano sempre lo stesso ruolo. Gli attori sono bravi ed espressivi, ma non degnamente supportati da una storia che si rivela pretestuosa e non all'altezza di parlare di temi quali il senso della vita e della morte.
La trama si snoda lungo tre epoche per narrare il disperato tentativo di un uomo di salvare la donna che ama. Dapprima siamo nella Spagna del XVI secolo: il guerriero Thomas, per proteggere la propria regina, cerca la Fontana della Giovinezza che, secondo una leggenda Maya, dovrebbe donare l'immortalità.
Poi si passa al giorno d'oggi, in cui il guerriero diventa Tommy Creo, uno scienziato che si impegna giorno e notte per trovare una cura che possa guarire il cancro che sta uccidendo la moglie. Infine, Tommy si trasforma in Tom, un astronauta del XXVI secolo che, all'interno di una navicella spaziale che sembra una bolla di sapone, viaggia nello spazio alla ricerca della propria verità.
Più si va avanti nella visione del film, più tutto si mescola e assume contorni poco chiari. Il messaggio profondo dell'amore immortale, della serenità nell'affrontare la morte, della possibilità di rinascere a nuova vita perde forza perché inserito in un calderone di immagini fredde e troppo scollegate tra di loro per essere davvero incisive.
Il pubblico amante della tecnologia troverà pane per i propri denti, dal momento che grande è stato il dispiego di effetti speciali utilizzati in tutta la pellicola. Da apprezzare inoltre la scelta di curare molto i costumi e di distinguere passato, presente e futuro attraverso una certa diversità cromatica.
Film a tratti contorto a tratti banale, troppo altisonante e forse non così comunicativo come avrebbe desiderato il regista, "L'albero della vita – The Fountain" non convince fino in fondo e, dopo "Requiem for a dream", (2000) l'aspettativa che circondava Aronofsky purtroppo è stata delusa.

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14 marzo 2007
Borat, una lunga candid camera

di Marzia Apice

Il trash, si sa, piace a molti. Così come attraggono in modo irresistibile l'anticonformismo, l'inciviltà, la spregiudicatezza, il cinismo.
Tutto questo è "Borat", con qualcosa in più.
Il film, diretto da Larry Charles e creato dalla fervida inventiva del comico britannico Sacha Baron Cohen (noto per aver creato il personaggio di Ali G che dà il nome al divertente show in onda in Inghilterra e in America), ha diviso il pubblico e i critici in grandi estimatori o autentici denigratori dell'oramai famosissimo (finto) reporter kazako Borat Sagdiyev.
Partito alla volta degli Stati Uniti per girare un documentario sugli usi e costumi americani e per far conoscere il Kazakistan, Borat modifica i suoi piani in corso d'opera, non appena cioè scopre Pamela Anderson in tv.
Partendo da New York e sempre in compagnia dell'obeso produttore, della valigia di cartone e della gallina kazaka, decide di attraversare a bordo di un improbabile pulmino tutta l'America per arrivare in California, rapire l'amata, portarla in Kazakistan e poi prenderla in sposa, coronando così il suo sogno d'amore.
Può essere uno spunto originale (soprattutto dal punto di vista produttivo) realizzare un finto documentario on the road con (ignari) attori, presi dalla strada come testimoni della grottesca assurdità di Borat e, allo stesso tempo, inconsapevoli esponenti delle contraddizioni dell'american way of life.
Misoginia, antisemitismo, discriminazione, cattiveria trasudano da ogni minuto del film. Ma non graffiano, non fanno male. Magari fanno sorridere le numerose situazioni imbarazzanti, a volte strappano una risata. Alla lunga forse annoiano.
Perché, con ogni probabilità, scostando il velo della commedia dissacrante non c'è molto di più da scoprire, né scottanti tematiche sociali da analizzare sotto la lente del politically uncorrect.
Diciamolo francamente, una candid camera della durata di 82 minuti non può non stancare, soprattutto quando il ritmo, la verve comica, i guizzi di genio tendono a scemare a mano a mano che si procede con la visione della pellicola.
E in questa "stanchezza" del film ha verosimilmente giocato un ruolo importante anche la scelta quasi obbligata del doppiaggio, una necessità determinata dal fatto che in Italia il pubblico è poco avvezzo alla lettura dei sottotitoli. Senza nulla togliere alla professionalità di Tonino Accolla, direttore del doppiaggio, e allo straordinario talento di Pino Insegno, voce italiana di Borat, forse mai come in questo caso, si sarebbe dovuta rispettare la lingua originale.
Borat è un film da vedere, ma senza dimenticare l'enorme battage pubblicitario che lo supporta. L'idea del film è buona e ha una certa originalità, ma la decisione della casa di produzione di non realizzarne un seguito non credo ci farà disperare più di tanto.
Come a dire: il troppo stroppia.

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20 febbraio 2007
American dream con tocco neorealistico - Muccino goes to Hollywood

di Franco Cicero


«Tratto da una storia vera» è un sigillo con cui le produzioni di Hollywood spesso ritengono di mettersi il cuore in pace. In effetti, se non si sapesse che quando narrato da «La ricerca della felicità» è (più o meno) realmente accaduto, sembrerebbe di assistere a un'ennesima copia moderna di quei film sull'«America dream» che riecheggiano Frank Capra senza averne la carica favolistica. Invece è più che consolatorio sapere che esiste davvero il signor Chris Gardner che nel 1981, quando è ambientato il film, in piena era reaganiana, viveva a San Francisco pieno di speranze ma anche alle soglie della povertà.

Il suo lavoro, infatti, è più che precario: venditore di apparecchiature per medici ortopedici. E non va affatto bene, con riflessi negativi sul rapporto con la stressantissima moglie. Il vero orgoglio di Chris Gardner è il suo bambino, più che sufficiente a dargli una speciale forza di volontà e l'intuizione di voler diventare agente di Borsa. Una carriera difficile, molto selettiva, che Chris deve affrontare ormai ridotto sul lastrico, costretto col suo figlioletto a contendersi un letto nel dormitorio o, peggio, ad arrangiarsi per la notte in un bagno pubblico.

Per fortuna, lo dimostra la vita successiva di Gardner, talvolta la determinazione è vincente. Tuttavia, come ben annunciato dal titolo, nei momenti cruciali della vita non conta la felicità in sé, ma – appunto – la ricerca della felicità, come solennemente sottoscritto da Thomas Jefferson nella dichiarazione d'indipendenza americana.

Questa storia esemplare è stata sceneggiata senza guizzi da Steven Conrad, che già l'anno scorso aveva scritto un film sugli improvvisi cambiamenti nella vita di un uomo, «The weather man» con Nicolas Cage. E il risultato sarebbe stato sostanzialmente uguale, cioè di confezione professionale, se la Columbia non avesse deciso di puntare su Gabriele Muccino. Così il quarantenne regista romano, caso assai raro tra i nostri autori, si è ritrovato a Hollywood e ha saputo portare un tocco della visione europea delle cose. A partire dal nostro glorioso neorealismo, citato in maniera trasparente con evidenti riferimenti soprattutto a «Ladri di biciclette» di Vittorio De Sica.

Certo, nell'ambito di una produzione hollywoodiana ferreamente strutturata, il regista dell'«Ultimo bacio» e «Ricordati di me» non ha potuto agire del tutto come a casa propria. Ma si è ben ritrovato nei movimenti della cinepresa (la fotografia è di Phedon Papamichael, il montaggio di Hughes Winborne, Oscar per «Crash») e ha saputo sottolineare certi spunti già sperimentati nella sua produzione, come le affannate corse del protagonista, la perdita delle certezze, il rinnovato senso di responsabilità e in particolare il contrasto coniugale, ben reso nella sequenza della lite di Chris con la moglie (la brava Thandie Newton), ricorrendo all'enfasi musicale di Andrea Guerra e alla corretta ricostruzione d'epoca dello scenografo J. Michael Riva e della costumista Sharen Davis. Tante altre cose, invece, restano sullo sfondo, come ad esempio la qualità professionale di Chris, affidata soltanto ai momenti in cui dimostra di saper completare il «cubo di Rubik» e di saper aggiustare il macchinario che deve vendere.

In ogni caso, a far sorvolare su eventuali incongruità del copione ci pensa l'interpretazione di Will Smith, che è tornato a conquistare le nomination come miglior attore al Golden Globe e all'Oscar cinque anni dopo «Alì» di Michael Mann. Giunto a ridosso della quarantina, Will Smith, reduce dal ruolo brillante in «Hitch» dell'anno scorso, appare proprio deciso a consolidarsi come attore drammatico. Ne ha tutte le capacità e in più stavolta si fa apprezzare per la sensibilità con cui duetta col suo reale figlio Jaden, di otto anni, senza carinerie ma con spontaneo affetto.

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